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Michael Eigen - Legami danneggiati.

Recensione per la rivista Richard & Piggle -
- Studi psicoanalitici del bambino e dell’adolescente, n.2 - 2008

La consapevolezza che ogni relazione umana porti in sé aspetti non solo di crescita e di reciproco arricchimento, ma anche di natura tossica e dannosa per lo sviluppo psicologico dell’individuo e per la sua capacità di instaurare nuovi legami con sé stesso e con gli altri durante il proprio percorso esistenziale, sembra essere il tema conduttore di questo ultimo lavoro di Michael Eigen, recentemente tradotto per i tipi della Astrolabio, come i precedenti: ‘La morte psichica’ (1998), ‘Mistica e psicoanalisi’ (2000) e ‘Cibo tossico’ (2003).

L’idea della compresenza di ineffabili e originarie ferite dell’anima, intessute in una fitta e inestricabile trama accanto alle sensazioni di benessere, di vitalità e di reciproco godimento vissute nell’intimo rapporto con gli ‘altri significativi’ dell’infanzia, percorre infatti tutto il libro e mostra la dolorosa inestinguibilità del bisogno di sofferenza sempre rinnovato e la incancellabilità di certe cicatrici psichiche che reclamano, nella loro muta e solitaria profondità, di essere viste e rivissute insieme nella relazione terapeutica per poterle finalmente tollerare al proprio sguardo.

La doppia valenza insita in qualsiasi tipo di legame tra esseri umani viene osservata e catturata da Eigen grazie alla scomposizione prismatica della intensità luminosa e calda dell’affetto tra genitori e figli e dallo sgranarsi dei sentimenti operato dallo strumento psicoanalitico, che consente a volte l’emergere, sullo sfondo, di un paesaggio notturno freddo, desolato e vuoto, dove la sopravvivenza è difficile o impossibile, se non al prezzo di una ferita perenne o di un danno profondo alla percezione di sé e dell’altro.

E proprio da questi aspri territori di confine, da questi scenari interiori senza tempo in cui rivivono senza tregua i fantasmi del passato, giunge la dolorosa consapevolezza che il cibo che fa crescere e quello tossico sono in realtà uno stesso alimento, lo stesso latte materno, gli stessi affetti che ci nutrono e insieme ci avvelenano: “Può darsi - egli scrive nella illuminante introduzione al libro - che il danno psicologico sia parte integrante dei processi di formazione dei legami, proprio come una certa dose di danno fisico è elemento naturale del nascere. Diamo per scontata la violenza implicita del venire alla luce, ma sottovalutiamo il ruolo che la violenza e la perdita hanno nel forgiare i legami. Siamo danneggiati dai legami che ci danno la vita, menomati da vincoli che ci aiutano a crescere, tratti in salvo da processi nocivi…” (pag. 11).

Ecco dunque che questi antichi e sempre rinnovati legami danneggiati possono costituire parte della nostra struttura psichica al punto da divenire elementi centrali e riconoscibili di essa, dove gravitano - come si vede nei diversi e puntuali quadri clinici che illustrano il tema di fondo del libro - abissali dinamiche centrate su percezioni frammentarie di una propria identità, o si avvitano processi che reiterano in modo meccanico primitivi e difettosi tentativi di elaborazione di lutti e perdite precoci, o dove ancora si mettono in scena pezzi della propria vita psichica in forma di traumi indicibili e segrete paure di divenire ed essere se stessi; ma comunque e sempre, esperienze mortifere assorbite dal bambino nelle mura domestiche, a contatto con la patologia degli adulti.

Il libro si compone infatti di due distinte parti, in cui può apprezzarsi appieno il merito dell’A. sia nel lavoro di personale approfondimento teorico rispetto ad alcune concettualizzazioni fondamentali della psicoanalisi (Klein, Bion, Winnicott), sia nella comunicazione di aspetti centrali del proprio ‘modus operandi’ attraverso il racconto di numerosi quadri clinici, in cui si può cogliere in controluce ed in modo illuminante il sottile gioco della dinamica transferale-controtransferale sempre sapientemente resa, puntualmente amplificata e sorretta da intuizioni profonde e significative di Eigen circa gli stati interni del terapeuta.

Nella prima parte, che ha per titolo ‘Legami danneggiati-sogni danneggiati’, aiutano l’A. soprattutto le teorie bioniane sul sogno e sulla funzione alfa, riproposte in modo esplicito quali modelli della concettualizzazione psicoanalitica ad oggi insuperati del funzionamento mentale nella sua dimensione onirica. Eigen ribadisce la funzione primaria e fondamentale del sogno quale attività della mente che permette di assimilare progressivamente i traumi, di lenire le ferite dell’anima, di intervenire quindi sui legami danneggiati interni in modo da restituire loro la possibilità di una trasformazione plastica di contro al rischio di un irrigidimento o talora di una definitiva fossilizzazione sotto l’influenza annichilente dell’oggetto ‘non sognabile’ o dell’ancora bioniano ‘SuperIo omicida’.

In questo quadro, il terapeuta diviene l’elemento catalizzatore che permette, attraverso un proprio adeguato ‘equipaggiamento alfa’ ben funzionante, di procurare strumenti idonei ed imprimere l’energia necessaria al paziente la cui funzione alfa risulti invece difettosa o troppo danneggiata, quindi di consentire la graduale ricostituzione di un apparato di pensiero che possa - prima con l’aiuto del terapeuta (una funzione alfa ‘ausiliaria’), poi più autonomamente - ristabilire o stabilire ex novo la possibilità di nutrirsi e digerire gli eventi psichici prima ‘indigeribili’ della propria esistenza.

La seconda parte del libro, intitolata ‘Lavoro in trincea’, mostra invece più da vicino il modo in cui l’A. lavora seduta dopo seduta, anno dopo anno, coi suoi pazienti, mettendo in luce l’aspetto di profonda compartecipazione dell’esperienza interna grazie allo sviluppo di quella che appare come una notevole capacità empatica e il riuscire ad entrare progressivamente in contatto creativo con le loro aree danneggiate più profonde.

Nei diversi quadri clinici di terapie individuali che scorrono sotto i nostri occhi (Laura, Milton, Neil, Ella, Nick, Sam) come anche nelle situazioni di supervisione (Pam e Margie, Carrie e Marlene), l’attenzione è costantemente centrata sul modo in cui il dialogo interno tra terapeuta e paziente (o tra supervisore e terapeuta) segna le tappe del percorso analitico in vista di una possibile riparazione di quei legami danneggiati che hanno segnato l’ingresso del paziente nella malattia e nel conflitto distruttivo con se stesso.

Nelle pagine di Eigen, infatti, la psicoterapia e il terapeuta sembrano poter garantire al paziente l’assunzione di una necessaria quanto basilare e vitale condizione emotiva di ‘reverie’ in cui si riverbera un’acuta condivisione del dolore psichico dell’altro, ma al contempo anche la possibilità di aprire nella relazione nuovi spazi di pensabilità attraverso una gestazione spesso lunga e sofferta, che può giungere infine alla percezione di una migliore comprensibilità e tolleranza nella dinamica tra parti del proprio Sé in perenne conflitto, come nella contrapposizione tra aspetti slegati o scissi di natura libidica ed aggressiva. A volte, come in questo caso, il parlare dell’A. si arricchisce si sfumature ‘mistiche’ per incidere a fondo nella consapevolezza dell’uomo le sue eterne verità: “È cruciale il nucleo paradossale di morire per rinascere […] Occorre molta energia aggressiva per rompere il guscio del sé. Il Dio che ama e crea impiega un’immensa energia distruttiva…” (pag. 154). E di seguito: “Come si fa a trasformare l’odio di sé in qualcosa di utile? Fino a che punto è possibile? Fino a che punto è necessario l’odio di sé con le sue metamorfosi? Dobbiamo far posto all’aggressività contro noi stessi, che in forma estrema è l’impulso al suicidio. Che le lasciamo spazio o no, essa continua il suo lavoro […] Se non riusciamo a vedere che il movimento contro se stessi ha un valore e una importanza, possiamo fare davvero del male a noi e agli altri […] Dobbiamo imparare a suicidarci continuamente senza farci troppo male. Forse scopriremo come ‘uccidere’ noi stessi in modo tale da migliorarci.” (pag. 156).

Chiude il libro un interessante scritto autobiografico in cui Eigen ripercorre alcune tappe fondamentali del suo passato alla luce dei ‘propri’ legami danneggiati e come sia venuta gradualmente maturandosi in lui la decisione di intraprendere il mestiere di psicoterapeuta sullo sfondo dei molteplici interessi dell’A. per la religione, per le esperienze mistiche, per il buddismo; aspetti che ne caratterizzano la personalità poliedrica ma anche l’umanità profonda, come traspare inoltre dai riferimenti conclusivi all’importanza ed all’influenza insostituibile attribuita ai legami affettivi famigliari nel permettere la crescita psicologica e spirituale dell’individuo.

F. M.

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