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Il Nuovo Mondo

«Cominciai a navigare per mare ad un'età molto giovane, e ho continuato fino ad ora. Questa professione crea in me una curiosità circa i segreti del mondo. Durante gli anni della mia formazione, studiai testi di ogni genere: cosmografia, storie, cronache, filosofia e altre discipline. Attraverso questi scritti, la mano di nostro Signore aprì la mia mente alla possibilità di navigare fino alle Indie, e mi diede la volontà di tentare questo viaggio. Chi potrebbe dubitare che questo lampo di conoscenza non fosse l'opera dello Spirito santo?»
Cristoforo Colombo, Libro delle profezie, p. 67

Un aneddoto popolare racconta che Cristoforo Colombo, di ritorno dal secondo viaggio in quelle che egli credeva fossero 'le Indie', venne invitato da un certo cardinal Mendoza, che aveva allestito una sontuosa cena in suo onore. Alcuni ospiti di alto lignaggio – forse più invidiosi di altri dei grandi onori riservati al navigatore genovese - non mancarono di sminuire la sua impresa dicendo che chiunque, in fondo, sarebbe stato capace di scoprire il Nuovo Mondo. A questa osservazione Colombo non si scompose e li sfidò ad un' altrettanto facile impresa: far rimanere un uovo dritto sul tavolo. Dopo i più disparati tentativi, nessuno tra i blasonati detrattori riuscì nell'operazione e infine, convinti che si trattasse di un problema insolubile, pregarono Colombo stesso di risolverlo. Questi allora prese l'uovo e lo ammaccò senza romperlo con un colpetto nella parte inferiore, riuscendo così a farlo stare dritto sul tavolo. Quando i gentiluomini protestarono dicendo che avrebbero potuto farlo benissimo anche loro, Colombo placido rispose: «La differenza, cari signori, è che voi avreste potuto farlo, io invece l'ho fatto!». E da allora – continua l'aneddoto – l'uovo di Colombo è rimasto quale espressione per definire una soluzione insospettatamente semplice ad un problema all'apparenza irrisolvibile.

Al di là della palese inautenticità dell'episodio (l'aneddoto nel tempo fu attribuito anche ad altri contesti e a varie altre figure storiche) rimane il fatto che esso esprima in modo lampante il concetto popolare che nei secoli è stato associato alla 'scoperta' di Colombo, che identifica la sua impresa come una quasi ovvia conseguenza logica del fatto di voler raggiungere una parte di mondo da un lato (verso Occidente) anziché dall'altro (verso Oriente).

Ma l'aneddoto sembra anche voler suggerire che Colombo dovesse essere un uomo non comune, avere delle particolari proprietà di pensiero e ragionamento, come quella affatto scontata di riuscire a vedere, appunto, l'ovvio, ciò che si ha sotto gli occhi; e poi soprattutto fare in modo di realizzare concretamente quella 'ovvietà', che così tanto più sarà oggetto di stupore e riconoscimento tra gli altri uomini.

Ciò che in realtà accadde nello svolgersi dei ripetuti viaggi verso il Nuovo Mondo mostrerebbe invece come proprio l'evidenza dei fatti e delle circostanze, che si andava progressivamente disvelando agli occhi del navigatore man mano che proseguiva l'opera di esplorazione di quel vasto territorio prospiciente le coste dell'America centrale, fosse stata sistematicamente rimossa – diremmo oggi – allo scopo di mantenere la visione ufficiale e consolidata del mondo fino allora conosciuto, impostata sui soli tre grandi continenti (Europa, Asia e Africa) anziché quattro. Aprofondiremo questo aspetto più oltre, mentre adesso guardiamo ai fatti storici (piuttosto che ascoltare gli aneddoti, peraltro riadattati nei secoli!): torniamo quindi per un momento con la memoria sui banchi di scuola, quando incontrammo per la prima volta la figura del navigatore genovese e fummo sedotti dalle sue imprese…

Marinaio sin dall'età di 14 anni su navi mercantili, Colombo maturò nel tempo il progetto di raggiungere le terre d'Oriente da ovest. Basandosi sulle carte geografiche dell'epoca e su alcune nuove teorie (in quegli anni anche il fisico fiorentino Paolo Toscanelli riteneva percorribile una rotta verso ovest per raggiungere l'India), Colombo si convinse della fattibilità dell'impresa e nel 1483 incontrò il re Giovanni II di Portogallo chiedendogli la somma necessaria, ma dopo aver consultato i suoi esperti il Re rifiutò la proposta.

Il progetto del genovese infatti, sulla carta, era ambiziosissimo, ed incontrò prima, durante e dopo i quattro viaggi da lui guidati verso 'Le Indie', notevoli resistenze anche da parte della corona spagnola. Il viaggio per mare avrebbe dovuto infatti aprire nuove rotte commerciali con il Catai e Cipango (gli attuali Cina e Giappone) al posto delle vecchie vie carovaniere, accelerando notevolmente il transito delle merci e prospettando un lauto incremento dei profitti da parte degli armatori, ma i rischi connessi all'impresa e le difficoltà relative alle condizioni generali del lungo viaggio ne ritardarono la realizzazione. Fu solo nella primavera del 1492, dopo circa dieci anni di tentativi, che Colombo ottenne il finanziamento dell'impresa, e solo per la decisiva intercessione della regina Isabella di Castiglia, moglie del sovrano spagnolo Ferdinando II.

Allestita la flotta, distribuita la ciurma (circa un centinaio di esperti marinai) nelle tre arcinote caravelle, e postosi al comando della ammiraglia Santa Maria, Colombo salpò da Palos de la Frontera il 3 agosto 1492, sfruttando per tutto il viaggio la favorevole corrente degli alisei. La terra venne finalmente avvistata, dopo oltre un mese di solo orizzonte marino aperto, il 12 ottobre e la flotta approdò in quella che lo stesso Colombo chiamò Isla de San Salvador, nell'arcipelago delle Bahamas.

L'equipaggio fu accolto in seguito con grandi onori dai Tainos, la tribù abitante dell'isola. Colombo stesso, nella sua relazione, sottolinea più volte lo spirito pacifico di quel popolo. Nelle settimane successive la flotta veleggiò in esplorazione inoltrandosi tra le numerose isole dell'arcipelago e sbarcando anche a Cuba e quindi ad Haiti, sempre cercando l'approdo conclusivo per il continente asiatico (Colombo inoltre confuse la parola indigena Cibao col ricchissimo Cipango, ovvero il Giappone, ciò che lo confermò nell'errore rafforzandone la convinzione di trovarsi ormai vicinissimo alle sue coste). Tuttavia alcuni imprevisti e la perdita di una delle caravelle fecero decidere per il ritorno, ma in vista di un successivo ed imminente nuovo viaggio di esplorazione. Colombo portava con sé oltre a dieci indiani Tainos, dell'oro, del tabacco, pappagalli dal raro piumaggio e altri originali doni da offrire ai sovrani spagnoli quali segni tangibili delle ricchezze delle "isole dell'India oltre il Gange". L'Ammiraglio giunse il 20 aprile 1493 accolto dai sovrani con onori trionfali e le città di Siviglia, Cordova e Barcellona furono a festa per più giorni.

A questo primo viaggio seguì subito un secondo, con una flotta potenziata di ben 17 navi e un equipaggio di circa 1200 uomini. Colombo salpò da Cadice il 25 settembre dello stesso anno e il 3 novembre raggiunse Dominica, quindi attraversò le piccole e le grandi Antille, poi a Porto Rico e il 22 dello stesso mese tornò ad Haiti, dove fondò il nuovo avamposto fortificato di Hispaniola. Le cattive condizioni del luogo, il cibo scarso e i ripetuti attacchi da parte di alcune popolazioni ostili convinsero Colombo a far rientrare in Europa buona parte della flotta, mentre al comando della restante egli trascorse alcuni mesi nell'esplorazione dell'entroterra alla ricerca di oro di cui far dono ai sovrani di Spagna. Fatto piuttosto singolare, che denota come già in questa fase iniziale si fossero probabilmente affacciati in lui i primi dubbi circa il territorio esplorato, quando nella primavera seguente giunse nuovamente a Cuba, fece firmare ad ognuno dei marinai della flotta un giuramento con il quale si affermava che si era giunti effettivamente nelle Indie, nel continente asiatico[1]. Quindi la flotta ripartì per Cadice nel marzo del 1496 e vi giunse alla metà di giugno.

Trascorsero così circa due anni prima che Colombo venisse nuovamente ricevuto dal monarca spagnolo e cercasse di convincerlo della necessità di una ulteriore spedizione. Fu stanziata infine la somma necessaria per il viaggio ma si allestirono stavolta solo sei vascelli, con un equipaggio di circa 300 marinai. Partita il 30 maggio 1498, la flotta giunse in vista dell'isola di Gomera, quindi puntò verso le isole di Capo Verde e poi Trinidad. Nell'agosto Colombo esplorò le coste orientali dell'attuale Venezuela, addentrandosi fin nel delta dell'Orinoco, ma convinto di essere di fronte a piccole isole piuttosto che al continente, decise di non sbarcare, inviando solo una pattuglia di marinai a scopo esplorativo.


Ma alcune evidenze stavolta non possono essere coscientemente sottaciute, neanche per chi come Colombo deve poter credere di essere ormai vicinissimo alla meta: tanto per cominciare gli 'indiani' hanno caratteristiche fisiche non proprio assimilabili alle popolazioni asiatiche, tanto meno a quelle cino-giapponesi, ed il loro idioma è sostanzialmente diverso da quello orientale. Eppure è solo nel corso di questo terzo viaggio (siamo già nel 1498, ben sei anni dopo il primo!) che alcuni dubbi vengono espressi formalmente, anche se nella modalità quasi intimistica del diario di bordo, trascritto da B. de las Casas. In una nota del 14 agosto di quell'anno si riporta infatti la seguente frase: “Il dubbio che fosse un nuovo continente era affiorato nella sua mente, anche se ufficialmente credette fosse giunto vicino al Paradiso terrestre”[2].

Nel frattempo dalla Spagna erano sopraggiunti ad Hispaniola i due fratelli di Colombo, Bartolomeo, che fonda un nuovo avamposto a Santo Domingo, e Diego, oltre a numerosi osservatori di corte inviati dai sovrani, preoccupati di alcune rivolte scoppiate in terraferma tra i marinai come anche del crescente potere di Colombo, che aveva ottenuto in precedenza il titolo di viceré delle Indie, cioè di tutti i territori esplorati. Colombo e i fratelli furono così arrestati e ricondotti in Spagna nell'ottobre 1499. Fu nuovamente l'intervento della regina Isabella a riabilitare agli occhi della corte la credibilità del navigatore, che però dovette rinunciare al titolo di viceré[3].

L'ultimo viaggio fu deciso dopo l'incontro con i reali del dicembre 1500 a Granada e le insistenti richieste dell'ammiraglio, che venne però diffidato dal fare scalo ad Haiti dove si era verificata la precedente rivolta. Inoltre la Corona avrebbe inviato in via cautelativa anche il nuovo governatore de Ovando con ben 32 navi e 2.500 uomini a stabilizzare la situazione. Colombo partì accompagnato dal fratello Bartolomeo e dal figlio tredicenne Fernando. Le quattro navi a lui riservate salparono da Cadice il 9 maggio 1502, ma Colombo era invecchiato tanto da non poter prenderne il comando. Dopo l'arrivo nella isola di Martinica insorsero discussioni col nuovo viceré ed in seguito ad un uragano la gran parte della flotta venne perduta. Riprese allora la rotta verso le coste continentali intenzionato a trovare finalmente un passaggio per le Indie.

Tra il luglio e l'ottobre di quell'anno costeggiò tutta la regione continentale centromeridionale (Honduras, Nicaragua e Costa Rica), fino al canale di Panama, in cerca di oro soprattutto, ma fu costretto ad allontanarsene in seguito ad attacchi ostili di indigeni locali, che uccisero diversi marinai e ferirono suo fratello Bartolomeo. Inoltre le sue caravelle erano in precarie condizioni e la situazione precipitò quando parte dell'equipaggio si ribellò ai suoi ordini. Probabilmente fu a questo punto, stanco, malato e non più supportato dagli spagnoli, che decise di abbandonare l'intera impresa e riparare a Santo Domingo. Nel giugno 1504 giunsero infine i soccorsi; un vascello riportò mestamente parte dell'equipaggio verso il forte di Hispaniola, sede del nuovo viceré, per riprendere infine il viaggio di ritorno per la Spagna, dove giunse il 7 novembre.

Si stabilì a Siviglia e vi trascorse, malato e risentito, gli ultimi anni in un ambiente che sentiva ostile; aveva ormai perduto ogni influenza sulla corte reale ed anche la regina Isabella, malata da tempo, era morta. Attraverso il figlio Diego, introdotto a corte, continuò a chiedere incontri, perorare diritti sui nuovi territori un tempo amministrati come viceré e a scrivere memoriali indirizzati al sovrano. In una sola occasione il re Ferdinando accondiscese ad ascoltare le sue richieste e venne appositamente istituita una figura giuridica per valutarle. Ma in cambio di tutte le sue rivendicazioni la corona offrì un solo possedimento in Castiglia, che Colombo rifiutò. Morì poco tempo dopo, nel maggio 1506, a Valladolid.


Possiamo ipotizzare che i dubbi che Colombo cominciò a nutrire circa la reale entità della sua 'scoperta' divenissero sempre più forti col passare del tempo, ma la sua posizione ufficiale circa il fatto che fosse arrivato sulle coste asiatiche anziché su un nuovo continente sconosciuto rimase di fatto immutata fino alla fine. Fu solo con i viaggi di Amerigo Vespucci e di Giovanni Caboto che la consapevolezza e la fisionomia del nuovo continente presero forma e nel 1507 il cartografo Waldseemuller, acquisiti i resoconti di viaggio di Vespucci[4], usa per la prima volta il termine America per quelle nuove terre oltreoceano, disegnando un mondo diverso da quello fino allora riportato sulle mappe.

Alla luce delle imprese sostenute, emerge così la figura di un uomo affatto comune, con una fiducia quasi cieca nella propria idea da sopportare prima le lunghissime attese per ottenere il finanziamento del suo progetto e le umiliazioni dei potenti, quindi nell'affrontare i tanti ostacoli via via postisi sul cammino e le frequenti ribellioni dell'equipaggio. Cos'è dunque che ha Colombo e che tutti gli altri non hanno, o piuttosto 'non fanno'? Egli sembra vedere fin dall'inizio con quasi assoluta certezza dinanzi a sé la realizzazione della sua idea, che è anche l'idea di un mondo, quello fino allora conosciuto, in cui tra le coste iberiche e quelle asiatiche non c'è che oceano.

La passione ed il totale coinvolgimento che egli trasfonde nel suo progetto, la fede in esso, può essere spiegata solo in parte dalla ricerca di gloria personale e di ricchezza, che pure indubbiamente devono aver avuto un loro ruolo motivazionale. In realtà, la 'visione' di Colombo ha ben più ampia portata e deriva da un intero patrimonio di attese e speranze dell'intero occidente europeo, in un periodo storico in cui si attua un delicato passaggio di transizione tra passato e futuro, con una mentalità che convive tra i residui apocalittici del basso medioevo e nuove potenti spinte di rinnovamento sociale e culturale che proiettano l'uomo sempre più al centro dell'universo, di cui l'Umanesimo ed il Rinascimento daranno piena espressione.

Non deve stupire che proprio in questo periodo di gemmazione di una mentalità 'moderna' comincino ad essere celebrati in Europa i primi processi di stregoneria, che dalla fine del XIV secolo imperverseranno in tutto l'occidente cristiano fino ai primi decenni del Settecento, toccando l'acme proprio nel periodo rinascimentale, in particolare nelle regioni protestanti. La parte più raziocinante della mente dell'uomo nuovo rinascimentale sembra risultare così illuminata perchè in netto contrasto con l'altra parte, quella oscura che genera i mostri.

Ma torniamo a Colombo, che è innanzitutto un uomo di grande devozione, un fervente cattolico. Il suo progetto aderisce così bene al substrato culturale dell'epoca che finisce per confondersi nella ricerca e nelle aspettative di rinnovamento di un intero popolo. Addirittura egli crede di poter essere lo strumento della Provvidenza che potrà assicurare all'Europa, attraverso i sovrani spagnoli, un periodo millenario di pace e prosperità, all'interno di una escatologia incentrata sulle profezie delle Sacre Scritture e nella prospettiva ultima della fine del mondo… (certamente 'del mondo conosciuto fino allora', potremmo aggiungere col senno di poi!).

Egli fu infatti anche l'autore di un 'Liber prophetiarum', opera tra profetica e propagandistica, in cui loda le personalità di Isabella di Castiglia e Fernando d'Aragona e designa i Reyes Catolicos quali protagonisti principali nell'estensione a tutti i popoli della terra, indiani compresi, del messaggio evangelico. Ribadisce quindi di aver intrapreso i suoi viaggi in accordo con i due sovrani e sotto la protezione spirituale di papa Alessandro VI, per rimarcare come la natura dell'impresa non fosse di mera convenienza economica né soltanto esplorativa, bensì alludendo ad un progetto divino in cui la nuova via verso l'Oriente avrebbe rappresentato il primo passo verso la liberazione di Gerusalemme e della Terra Santa dall'influenza musulmana[5].

Ma la realtà, come sappiamo, è ciò che disconferma sempre in qualche misura i nostri propositi, desideri, speranze: vi si oppone come quello smisurato nuovo continente sconosciuto si oppone al passaggio di Colombo diretto verso le Indie. L'intenzione consapevole di Colombo, come sappiamo, non era certo quella di scoprire l'America. La scopre invece malgrè soi, mentre insegue l'oggetto del desiderio, le coste del Catai, e in questo movimento di avvicinamento ad esso si scontra col nuovo, con l'imprevisto, il non pensato ed anzi con ciò che non avrebbe dovuto esserci (ma che invece era lì, da sempre… ad aspettare di essere scoperto!).

Possiamo però ragionevolmente pensare che, più o meno consapevolmente, nel suo 'sub-cosciente', una simile evenienza dovesse esserci già stata, da sempre, nella sua mente. Che cioè accanto (o sotto, o sopra) all'idea preponderante della nuova via per le Indie vi fosse la possibilità concreta di poter anche sbarcare su territori vergini e ancora sconosciuti. Resta allora il fatto che una tale più che plausibile evenienza sia stata invece coscientemente così a lungo rifiutata, addirittura fino alla sua morte, e che solo i successivi navigatori-esploratori abbiano potuto riconoscere la verità del nuovo continente.

Anche ribadendo il fatto che per una mentalità come la sua – formata ad una visione tutta compresa tra le Sacre Scritture e il doveroso ossequio ai sovrani dell'epoca – la scoperta dei nuovi territori fosse da considerare non soltanto come una assai vantaggiosa operazione imprenditoriale, una strategica annessione di territori confinanti con la Cina e che potevano dunque fornire preziosissimi punti di appoggio e rifornimento per i traffici con l'Europa, ma anche come quell'atteso evento di natura spirituale che avrebbe unito i popoli della terra sotto la guida di sovrani illuminati, una tale massiccia e prolungata rimozione della verità merita una più attenta lettura dei fatti. Come anche dell'uomo Colombo, posto di fronte al dilemma tra l'ansia di realizzazione del suo desiderio cosciente (che come abbiamo visto è in realtà il portato di un desiderio collettivo ben più vasto e potente) e il riconoscimento di una realtà imprevista e dirompente, che muterà il corso della storia e ridisegnerà il nuovo volto del pianeta.

Se intanto il 'Nuovo mondo' era, nel comune lessico dell'impresa, soltanto una nuova prospettiva da cui osservare le rotte commerciali che per mare e per terra segnavano la superficie del globo – un modo quindi per risparmiare tempo e soldi nei traffici di merci preziose che le maggiori potenze europee avevano avviato già da un po' con l'Oriente (il Milione di Marco Polo fu redatto sul finire del XIII secolo ed ebbe in seguito una vasta diffusione nella versione stampata ed è accertato che Colombo ne fu un attento lettore) – resta comunque la scelta fin dall'inizio di una espressione, Nuevo Mundo, che appare come una sorta di lapsus rivelatore, designando appunto la scoperta di un mondo affatto nuovo, che l'ammiraglio sente il dovere, già al primo sbarco del 1492, di annettere subito alla Corona spagnola – con formale cerimonia tra bandiere e salve di cannone – 'per diritto divino' e con tanto di rito notarile (nonostante vi fosse sull'isola una cospicua presenza di indigeni, che si ritenevano di conseguenza 'indiani', cui quella terra apparteneva da sempre; ma questo possesso naturale, per la mentalità dell'epoca, pare fosse un dettaglio irrilevante…).

Così come assistiamo – lo abbiamo visto – al fatto che nel corso dei viaggi cominci ad affiorare alla mente del genovese il dubbio di trovarsi altrove che in Asia, che probabilmente lo destabilizza e lo costringe ad un autoinganno, ad una progressiva rimozione, poiché egli non può aprirsi alla sua eventualità e dover riconoscere di aver sbagliato i suoi calcoli, di aver quindi illuso i regnanti suoi finanziatori e tutti coloro che lo hanno fino a quel momento sostenuto e che continuano a permetterne il progetto. Un dubbio che lo pone soprattutto di fronte a se stesso: timoniere solo, deve condurre la sua mente verso il suo desiderio, le Indie agognate, mentre intorno a sé vede aprirsi squarci di una verità nuova e incomprensibile, di una nuova concezione del mondo che infrange l'ordine millenario fondato sulle consolidate conoscenze delle Sacre Scritture.

La necessità di mantenere integra una visione prestabilita e un dato universo mentale che, confortato dalla fede, dia coerenza e senso al proprio agire, sembrano avere la meglio sulla realtà; ciò che da un lato rappresenta la forza di Colombo, che determina il suo approccio pragmatico, la sua costanza, la fermezza e finanche la testardaggine contro mille avversità, dall'altro sembra costituirne anche il limite. La sua 'visione', il suo progetto cosciente, sono talmente definiti a priori, e conchiusi nella loro cifra quasi mistica, da non potersi più modificare nel prosieguo dell'impresa esplorativa ed aprirsi alla consapevolezza della possibilità di un cambiamento radicale dei propri confini mentali, prima che spaziali, quando i segnali di essere di fronte a qualcosa di totalmente nuovo dal mondo conosciuto cominciano a farsi sempre più numerosi.

Quanto possiamo allora permetterci di pensare 'il nuovo', se esso confligge con le nostre verità e rischia di trasformare in modo irreversibile ciò che siamo, la nostra visuale consolidata, i nostri secolari valori? La storia di Colombo sembra descrivere le vicissitudini stesse della mente di fronte al nuovo che dall'esterno le si impone con forza; il ripiegamento sul 'già conosciuto', o almeno sul 'già desiderato e pensato', appare quindi rassicurante e stabilizzante, di fronte all'eventualità di un salto nel buio, o meglio nell' imprevedibile realtà delle cose. Poichè la mente dell'uomo – potremmo dire – non sopporta troppa realtà, e un uomo da solo, come è solo Colombo fino alla fine, non può cambiare il mondo.

Di fronte all'ignoto e all'informe, la mente umana riempie quel vuoto, saturando lo spazio di coordinate (simboliche, semantiche, linguistiche, etc.…) che derivano dalla sua storia passata e dal sapere consolidato e condiviso della cultura in cui è immersa. Ma la tendenza a ripetere, la coazione del pensiero, è ciò che si oppone al pensiero creativo ed alla conoscenza; non essere in grado di dimenticare sufficientemente il passato rende impossibile fare spazio mentale per il nuovo ed il cambiamento, giungendo infine ad una condizione di stasi. La conoscenza nuova, l'intuizione rivoluzionaria, per potersi affermare devono superare le resistenze opposte dal 'già conosciuto'; il nostro sapere acquisito è solo lo strumento di avvicinamento, che diviene però ostacolo quando siamo posti di fronte all'oggetto nuovo (la cosa in sé, direbbe un kantiano…). Come Colombo, che pur aperto all'avventurosa conquista delle terre conosciute, di fronte ad un mondo nuovo non riesce a vederlo nella sua realtà immediata ed inconfutabile, costringendo il suo sguardo nella vecchia visione del mondo appresa sulle mappe. Egli è un grande navigatore animato da un enorme progetto, ma anche un esploratore che non porta a termine il suo compito, poiché la sua impossibilità di ridimensionare, se non dimenticare, l'idea delle 'Indie' lo costringe ad un necessario autoaccecamento per mantenere l'integrità della sua convinzione di fondo, in quanto memoria e desiderio[6] sono in questo caso di tale spessore che producono una visione parziale e sfocata della realtà.

Negli ultimi anni della sua vita, solo e rassegnato all'idea di non aver raggiunto la fama e il successo sperati, probabilmente anche in lui il dubbio iniziale - corroborato dai viaggi sempre più numerosi che intanto gli altri grandi navigatori dell'epoca intraprendono verso ovest - ha preso corpo nella consapevolezza di un mondo realmente nuovo e fino allora sconosciuto, che nulla a che fare con le Indie. Ma ormai è troppo tardi per cambiare la propria visione del mondo. La sua volontà di credere a quell'ambiziosissimo progetto iniziale, a metà tra la conquista eroica e l'afflato mistico-spirituale, rimane la cifra ultima, il sigillo finale che lo consegnerà alla posterità della memoria umana.

…E chi si predispone ad un viaggio psicoanalitico cosa si aspetta, cosa coscientemente desidera? E cosa, invece, inconsciamente…? Non è forse anch'egli di fronte ad un viaggio per mari sconosciuti (ma di quelli aperti ad ogni imprevisto che si affrontavano sui galeoni o sui brigantini, non gli attuali delle crociere di lusso, per quanto la cronaca recente ci ricordi che il nostro mondo famigliare e rassicurante può scomparire all'improvviso dietro l'angolo …del primo scoglio affiorante!), mentre coscientemente anela di giungere ad un porto tranquillo, un riparo al sicuro dalle turbolenze della vita, magari mettendo a tacere tutte le proprie voci discordanti e dove poter continuare i propri 'traffici' (leciti od illeciti che siano!) ed addolcire le proprie amarezze esistenziali?

Questa differenza tra aspettativa cosciente e apertura al nuovo, all'Altro ed all'alterità (o se vogliamo, alla imprevedibilità del Reale, per definizione inconoscibile, diceva qualcuno[7]) – che è probabilmente anche ciò che in buona sostanza distingue la psicoterapia dalla psicoanalisi, laddove la prima persegue il desiderio (o il 'mito') della cura e del benessere, mentre la seconda lo ha superato, andando oltre, alla ricerca del vero e della conoscenza – diviene così il varco di un passaggio per quella evoluzione individuale che consentirà di porsi di fronte all'abisso del proprio desiderio inconscio, potendolo infine guardare senza più timore di esserne risucchiati.

Non è anche tutto questo, in definitiva, l'uovo di Colombo…?

F. M.

Appendice.

Lettera di Colombo alla corte spagnola dopo il primo viaggio esplorativo.

Lettera in cui Cristoforo Colombo, molto benemerito dell'età nostra, descrive le isole delle Indie oltre il Gange, di recente scoperte, dove fu inviato il 3 agosto 1492 sotto gli auspici e col denaro degli invittissimi Ferdinando ed Elisabetta, Reali di Spagna; e da lui indirizzata all'illustre Don Gabriele Sanchis, tesoriere dei suddetti Serenissimi Re, tradotta dalla lingua spagnuola nella latina per opera del nobiluomo e letterato Leandro De Cosco il 30 aprile 1493, primo anno del pontificato di Alessandro VI.

“Poi che so di doverti esser grato per aver io condotto a compimento la mia impresa, ho risoluto di scriverti per informarti di tutto ciò che feci e scopersi in questo mio viaggio. Dopo 33 giorni dacchè partii da Cadice, giunsi al mare delle Indie, dove trovai molte isole assai popolate, delle quali, fatto il bando in nome del felicissimo nostro Re e spiegate le bandiere, nessuno opponendovisi, presi possesso. Alla prima diedi il nome del nostro divin Salvatore, con l’aiuto del quale giungemmo a questa ed alle altre tutte. Quella che gl’indigeni chiamano Guanahani e ciascuna delle altre io chiamai con nome nuovo: cioè l’una, isola di Santa Maria della Concezione; Fernandina l’altra; e l’altra, Isabella, e l’altra ancora, Giovanna; e così volli che fossero dagli altri chiamate.

Come approdammo dapprima a quell’isola che testè dissi da me chiamata Giovanna, avanzai alquanto lungo il lido verso occidente. Poichè la vidi grandissima, non avendovi trovato limite alcuno, tanto da crederla non già un’isola, ma una provincia continentale del Catai, non vedendo alcun castello o città situati ne’ confini marittimi, fuorchè alcuni villaggi e poderi rustici, con gli abitanti de’ quali m’era impossibile parlare, dandosi essi alla fuga non appena ci vedevano, proseguii sperando di trovare qualche città o villaggio.

Finalmente vedendo che per quanto ci si avanzasse nulla di nuovo appariva, e la via ci portava a nord io stesso, desiderando allontanarmi poichè la bruma gravava su quelle Terre e s'aveva in animo di volgere a sud e nemmeno spiravano favorevoli i venti desiderati, risolsi di attendere altri avvenimenti. E così retrocedendo tornai ad un porto che avevo notato, dove feci sbarcare due uomini de' nostri che andassero a cercar se mai vi fosse qualche città ed un re in quella provincia. Essi camminarono per tre giorni e trovarono numerosi popoli ed abitazioni, ma piccole queste, e quelli senza alcun governo, onde ritornarono sui loro passi.

Frattanto alcuni Indiani che avevo preso in quel medesimo luogo ci avevano informato esservi pure in que' paraggi un'isola, e così mossi verso oriente sempre lungo il lido, facendo 322 miglia, fin dove si vedono l'estremità dell'isola stessa. Di qui scorsi ad oriente un'altra isola distante 54 miglia dalla Giovanna e la chiamai subito la Spagnola. A quella mi diressi, quasi a nord, come verso la Giovanna, per 564 miglia. Quella detta Giovanna e le altre isole nel medesimo luogo sono fertilissime. Essa è circondata da molti porti larghi e sicuri come non vidi mai in altri luoghi. Molti fiumi grandi e salubri vi scorrono nel mezzo e vi sorgono monti altissimi.

Tutte queste isole sono amenissime e di varia forma; piene d'una gran varietà d'alberi che s'elevano a grandi altezze e che non credo mai privi di foglie. Io le vidi così verzicanti e ridenti come suol esser la Spagna nel mese di maggio: alcune tutte in fiore, altre ricche di frutta, altre sfoggianti le loro particolari qualità naturali. Mentre io stesso camminavo attraversandole gorgheggiavano i rosignoli e uccelli numerosi e varii nel mese di novembre. Si trovano inoltre in detta isola Giovanna sette ed otto specie di palme notevoli per altezza e per bellezza e vi abbondano altresì tutti gli altri alberi le erbe ed i frutti. Vi sono meravigliose pinete, campi e prati vastissimi; varii sono gli uccelli, varie le qualità di mele, varii i metalli, solo vi manca il ferro. In quella poi che dissi aver chiamato la Spagnuola ameni ed alti sono i monti, vasti i villaggi, i boschi; i campi feracissimi di seminati e pasture e con aree adatte a fabbricarvi edifici. V'ha in quest'isola copia di bellissimi utili e salubri fiumi e così pure d'uomini, che non può credere se non chi ha veduto. In questa gli alberi, i pascoli e i frutti assai differiscono da quelli che si vedono nell'isola Giovanna.

Aggiungasi che la Spagnuola abbonda di diverse specie d'aromi di oro e di metalli; che gli abitanti di essa e altresì di tutte quelle che io vidi e conosco, così dell'uno come dell'altro sesso, vanno sempre nudi come son nati, fuorché alcune femmine le quali si coprono le pudende con una foglia o una fronda o un velo di seta, ch'esse stesse all'uopo si apprestano. Come dissi più sopra mancano di ogni qualità di ferro; mancano di armi che sono a loro quasi ignote, né a queste san adatti, non per la deformità del corpo, essendo anzi molto ben formati, ma perché timidi e paurosi: così in luogo di armi portano delle canne seccate al sole, nelle cui radici infiggono un'asta di legno secco dalla punta acuminata; nè osano sempre servirsene.

Però che spesso avvenne che io mandassi due o tre de' miei in alcuni villaggi per parlare con gli abitanti, e ne uscisse una folta schiera d'Indiani, la quale, al solo vedere i nostri avvicinarsi, fuggiva rapidissimamente, non curandosi il padre dei figli né questi di quello. E ciò non perché ad alcuno di loro fosse fatto alcun danno od ingiuria; ché anzi dovunque approdai, a quelli con cui mi fu dato parlare largii tutto ciò che aveva panno e molte altre cose, gratuitamente; ma solo perché son di natura timidi e paurosi. Del resto, quando si vedono sicuri, deposto ogni timore, sono molto semplici e di buona fede e liberalissimi di tutto quel che posseggono: a chi ne lo richiegga nessuno nega ciò che ha, che anzi essi stessi ci invitano a chiedere: professano grande amore verso tutti; per oggetti dappoco ne danno altri di gran valore, paghi d'ogni piccola cosa e anche di niente. Io stesso proibii di dar loro oggetti piccoli e di niun valore, come frammenti di piatti o di cristalli, e così chiodi coltelli, quantunque se potevano averli sembrava loro di posseder le cose più belle del mondo.

Accadde che un marinaio avesse avuto in cambio di un coltello tanto peso d'oro quanto ve n'ha in tre monete d'oro; e così altri per altre cose di minor prezzo e davan sempre ciò che chiedeva il venditore: come un'oncia e mezzo e due d'oro; o trenta e quaranta libbre di seta, bene già da loro stessi conosciuta. Così pure ignorantemente comperavano con seti ed oro frammenti d'archi, di anfore, di idrie, di orci: il che vietai perché era certamente iniquo e diedi loro senz'alcun corrispettivo molte belle e gradite cose che avevo portato meco per conciliarmeli più facilmente e ingraziarli e renderli più inclini ad amare il Re, la Regina, i Principi nostri e tutte le genti della Spagna e per indurli a ricercare accumulare e consegnare a noi quelle cose di che essi esuberano e di che noi più abbisogniamo. Non sono affatto idolatri, anzi credono fermamente che ogni forza , ogni potenza e ogni bene sia in cielo, e che io dal cielo sia disceso con queste navi e co' naviganti, e così dovunque fui accolto dopo che avevan dimesso ogni timore. Nè son pigri o rudi, ma anzi di grande e acuto ingegno, e gli uomini che traversano quel mare non senza ammirazione si rendono conto d'ogni cosa, ma non mai videro genti vestite e navi.

Io tostochè giunsi in quel mare tolsi violentemente dalle prime isole alcuni Indiani affinchè imparassero da noi le nostre cose e a noi insegnassero quelle da loro in que' paesi conosciute. Ed avvenne infatti secondo il nostro desiderio, ché in breve noi li comprendemmo, ed essi compresero noi tanto nel gesto e ne' segni quanto nel linguaggio e ci furono di gran giovamento. Vengono ora sempre meco e mi credono sempre disceso dal cielo, quantunque abbiano a lungo trattato con noi e trattino ancora, ed essi erano i primi ad indicarci tutto ciò che noi volevanto, gli uni agli altri man mano ad alta voce gridando: Venite venite e vedrete le genti celesti. Per cui e femmine ed uomini e fanciulli e adulti e giovani e vecchi, deposto il timor di prima, ci venivano incontro a gara affollando la strada e portandoci chi cibi e chi bevande con amore e benevolenza incredibili.

Ciascun'isola ha molte barche di solido legno e, benchè strette, simili in forma e lunghezza alle nostre biremi e più veloci nel corso. Si reggono solamente co' remi, alcune sono grandi, altre piccole ed altre mediocri; la massima parte maggiori di una bireme da 18 remi. Con queste gl'indigeni fanno il tragitto in tutte quelle isole che sono innumerevoli e fra loro esercitano la loro special mercatura e i lor traffici. Vidi alcune di queste biremi e trasportavano settanta od ottanta rematori. In tutte quest'isole non vi ha diversità negli aspetti della gente, nei costumi, nel linguaggio: anzi tutti s'intendono a vicenda, ciò che è utilissimo a quello ch'io credo il primo e principal desiderio dei nostri Serenissimi Re: la conversione di quelle genti alla fede, a cui, per quanto ho potuto intendere, sono pur dispostissime e inclini.
Dissi come avanzai prima nell'isola Giovanna per la retta via dall'occidente verso l'oriente facendo 322 miglia, onde per la via e per la distanza io posso dir che la Giovanna è maggiore dell'Inghilterra e della Scozia prese insieme, perciò che oltre le dette 322 miglia in quella parte che volge ad occidente si trovano due provincie, dove io non andai, una delle quali gl'lndiani chiamano Anan, e gli abitanti di essa nascono caudati. Si stendono per una lunghezza di 180 miglia. Dagli Indiani, che conoscono tutte queste isole, trassi quelli che porto meco. Il circuito della Spagnuola è maggiore di tutta la Spagna dalla « Colonia » al « Fonte Rabido». Di qui facilmente si arguisce che il quarto lato di quella che in stesso attraversai da occidente a oriente é lungo 540 miglia. Quest'isola si deve occupare, ed occupata, non è da disprezzarsi. Di essa al pari delle altre, come dissi più sopra, solennemente presi possesso in nome dell'invitto nostro Re e al Re fu commesso interamente l'impero di quelle e in luogo più opportuno e più adatto a ogni lucro e commercio presi particolarmente possesso di quel gran villaggio cui demmo il nome di Natività del Signore, ed ivi feci eriger tosto una rocca la quale ora deve esser già compiuta e in cui vidi e lasciai gli uomini che sono necessari col vitto sufficiente per oltre un anno, e così anche una caravella e, per costruirne ancora, uomini periti tanto in quest'arte quanto in ogni altra, e la benevolenza e la familiarità incredibili del Re dell'isola stessa verso di loro.

Però che le son genti amabilissime e benigne, tanto che il predetto Re si gloriava che io mi chiamassi suo fratello. Anche se lo volessero, non possono nuocere a quelli che son rimasti nella rocca, perché son privi d'armi, vanno nudi e son troppo timidi; perciò quelli che occupano la rocca solamente possono senz'alcun pericolo saccheggiare quell'isola, purchè non vadano oltre le leggi e il governo ch'io diedi. In quest'isola, come appresi, ciascun s'accontenta di una sola moglie, fuorché i principi e i re, ai quali è lecito averne venti. Sembra che le femmine lavorino più degli uomini, né ho potuto apprender bene se abbiano beni proprii, però che vidi l'uno dare all'altro ciò che aveva, specialmente cibi vivande e simili.

Nulla di straordinario trovai come i più credevano, solamente gli uomini molto reverenti e benigni. Né son negri come gli Etiopi; hanno i capelli lisci e corti, cercano di evitare il calore del sole, che più ferve in queste regioni distanti 26 gradi dalla linea equatoriale. Dove più regna il freddo gl'Indiani cercano di mitigarlo secondo le usanze del luogo, per mezzo delle cose calde di cui spesso e abbondantemente si nutrono.
Dunque non vidi nulla di straordinario e non seppi esservene in alcun luogo, se non in un'isola chiamata Charis, che è seconda a chi dalla Spagna naviga verso l'India, e i cui abitanti son ritenuti feroci dalla gente finitima. Si cibano essi di carne umana, hanno più generi di biremi con cui si recano in tutte le isole dell'India; depredano e rubano tutto ciò che possono; non differiscono in nulla dagli altri fuorchè portano a mo' delle femmine lunghi i capelli; si servono di archi e frecce di canna dove sono confisse, come dicemmo, delle aste accuminate, e perciò son ritenuti feroci ed incutono gran paura agli altri Indiani, ma io non li stimo niente più degli altri. Si congiungono con certe femmine che sole abitano l'isola Matinino, quella che appare prima a chi dalla Spagna naviga verso l'India. Queste femmine non fanno alcun lavoro proprio del loro sesso, trattano li archi e le frecce come più sopra si disse dei loro mariti, e si muniscono di piastre bronzee, di cui v'ha presso di loro grande abbondanza.Mi si assicura esservi un'altra isola maggiore della sopradetta Spagnuola. Ha gli abitanti che son privi di pelo, e sopra tutte le altre abbonda specialmente di oro. Porto meco uomini di quest'isola e delle altre da me visitate i quali faranno testimonianza di ciò che dissi.

Finalmente per dir in breve dell'utilità della nostra partenza e del nostro sollecito ritorno, questo io prometto: che a' nostri invittissimi Re, sol che mi accordino un po' d'aiuto, io sarò per dare tant'oro quanto sarà lor necessario, e così pure tanti aromi, e seta e mastice, quanto se ne ritrova solamente presso Chio, tanto legno d'aloé e tanti servi idolatri, quanti ne vogliano le loro Maestà, e così pure rabarbaro e altre specie di aromi che io stimo abbiano trovato e siano per trovare quelli che lasciai nella rocca sunnominata, poichè in niun luogo dimorai più di quanto mi vi costrinsero i venti, fuorchè nel villaggio della Natività, dove provvidi a edificare la rocca e a far sì che tutto fosse ordinato e sicuro. Le quali cose, se sono pur grandissime e straordinarie, anche molto più lo sarebbero state se mi fosse stato dato avere maggior copia di navi. Grande certamente e mirabile è questo nè corrispondente ai nostri meriti, bensì alla santa fede della Cristianità, alla pietà e alla religione dei nostri Re, perchè ciò che l'umano intelletto non aveva potuto conseguire, ciò Dio concesse agli uomini. Però che Dio suole esaudire anche nelle cose impossibili i servi suoi che osservano i suoi precetti, come toccò a noi che abbiamo conseguito quanto fin qui parve impossibile a forze mortali: perchè se alcuno scrisse o disse alcun che di quest'isole, tutti lo fecero per ipotesi e congetture; nessuno asserì di averle vedute, onde sembrava quasi una favola.

Dunque al Salvatore Signor nostro Gesù Cristo che ci fe' il dono di tanta vittoria, rendiamo grazie che il Re e la Regina e i Principi e i loro regni felicissimi si sieno arricchiti di una nuova provincia di Cristiani. Si facciano processioni, si celebrino feste solenni, si ornino i templi di liete fronde, esulti Cristo in terra come in cielo, perchè volle che fossero salvate le anime di tanti popoli prima perdute. Rallegriamocene tanto per l'esaltazione della nostra fede come per l'incremento delle cose temporali, di cui non solamente la Spagna ma tutta la Cristianità sta per esser partecipe. Queste cose come furono compiute così furono brevemente narrate. Ed ora abbiti tu il mio saluto.”

Lisbona, il 14 marzo 1493

Cristoforo COLOMBO
Ammiraglio della flotta dell’Oceano.

Note.

  1. Il cartografo di bordo, Juan de La Cosa, disegnò Cuba come facente parte dell'Asia e tale errore continuò nelle successive edizioni di alcune mappe sino al 1516. In G. Granzotto, Cristoforo Colombo, Mursia editore, 2010, pp. 266-268
  2. Lettera di Colombo ai re cattolici di Castiglia e Aragona, maggio-agosto 1498, in G. Bossi, Immaginario di viaggio e immaginario utopico: dal sogno del paradiso in terra al mito del buon selvaggio, Mimesis Edizioni, 2003
  3. Al suo posto venne inviato Nicolas de Ovando, in qualità di nuovo governatore e giudice supremo delle Indie.
  4. Nelle lettere di viaggio, indirizzate a Pier Francesco de' Medici, Vespucci descrive con dovizia di particolari i nuovi territori, i popoli visitati, la fauna e si rende conto che quel nuovo continente non può essere l'Asia: “Arrivai alla terra degli Antipodi e riconobbi di essere al cospetto della quarta parte della Terra. Scoprii il continente abitato da una moltitudine di popoli e animali, più della nostra Europa, dell'Asia o della stessa Africa”.
  5. L'unico manoscritto del "Libro delle profezie" rimase tuttavia nella biblioteca della famiglia Colombo a Siviglia, per cui sembra ragionevole supporre che quest'opera non sia mai stata inviata ai sovrani ispanici.
  6. Wilfred Bion, Apprendere dall'Esperienza, Armando 1972
  7. Per Jacques Lacan, anzi, il reale è l'impossibile, essendo ciò che è al di là della simbolizzazione.

 


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1. Il cartografo di bordo, Juan de La Cosa, disegnò Cuba come facente parte dell'Asia e tale errore continuò nelle successive edizioni di alcune mappe sino al 1516. In G. Granzotto, Cristoforo Colombo, Mursia editore, 2010, pp. 266-268
2. Lettera di Colombo ai re cattolici di Castiglia e Aragona, maggio-agosto 1498, in G. Bossi, Immaginario di viaggio e immaginario utopico: dal sogno del paradiso in terra al mito del buon selvaggio, Mimesis Edizioni, 2003
3. Al suo posto venne inviato Nicolas de Ovando, in qualità di nuovo governatore e giudice supremo delle Indie.
4. Nelle lettere di viaggio, indirizzate a Pier Francesco de' Medici, Vespucci descrive con dovizia di particolari i nuovi territori, i popoli visitati, la fauna e si rende conto che quel nuovo continente non può essere l'Asia: “Arrivai alla terra degli Antipodi e riconobbi di essere al cospetto della quarta parte della Terra. Scoprii il continente abitato da una moltitudine di popoli e animali, più della nostra Europa, dell'Asia o della stessa Africa”.
5. L'unico manoscritto del "Libro delle profezie" rimase tuttavia nella biblioteca della famiglia Colombo a Siviglia, per cui sembra ragionevole supporre che quest'opera non sia mai stata inviata ai sovrani ispanici.
6. Wilfred Bion, Apprendere dall'Esperienza, Armando 1972
7. Per Jacques Lacan, anzi, il reale è l'impossibile, essendo ciò che è al di là della simbolizzazione.