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Nel nome del Padre

"Ma il racconto di questo eterno modo
non si può fare a orecchi in carne e sangue.
Dunque ascoltami attento, Amleto. Ascolta!
Se mai tu amasti il tuo diletto padre…"

da Amleto di W.Shakespeare (Atto I, scena V)

"…Oh, uccidere un padre simile… Ma non è neppure possibile pensarlo!
Signori giurati, che cos'è un padre, un vero padre?"
da I fratelli Karamazov di F. Dostoevskij

"Il padre non è un oggetto reale (…). Ora, se non è un oggetto reale, che cos'è? (…) Il padre è una metafora."
J. Lacan, Il seminario, libro V - Le formazioni dell'inconscio.

"Padre nostro che sei nei cieli […] sia fatta la tua volontà…" Fin da bambini, l'esortazione della preghiera cristiana per eccellenza ci ha posti al cospetto di un padre celeste e di un avvenimento di là da venire, di una storia da compiersi nel tempo, di una realizzazione su questa terra profana di un progetto divino in nome di una implicita autorità dello Spirito sulla Materia. Attesa e fede nell'evento hanno strutturato quindi l'esistenza degli uomini in un orizzonte di senso costruito sulla 'verticalità' della gerarchia Dio-Patria-Popolo, parallela a quella 'terrena' rappresentata dalla triade padre-madre-figlio.

Oggi, nell'era di Internet e della globalizzazione, viviamo in un mondo in cui la dimensione 'orizzontale' ha avuto il sopravvento su quella 'verticale', in cui lo spazio e le distanze annullano il tempo, quest'ultimo ridotto a semplice accumulazione di istanti successivi cui difetta anche solo 'un' senso definito, oltre quello relativo ad una fideistica attesa. Tutto è nell'immediato, tutto esiste nel momento stesso in cui il pensiero si attualizza, per perdere di significato appena un istante dopo, travolto dalle successive scansioni di fotogrammi esistenziali scaricati, senza soluzione di continuità, sulle nostre coscienze. Basterebbe per esempio pensare un attimo a cosa ne è delle notizie delle infinite morti che assorbiamo dai nostri televisori in modo totalmente acritico e ormai assuefatto alle esigenze del timing multimediale, tra lo spot di un deodorante per ascelle e l'espressione atona dello speaker. Ma ciò vorrebbe dire fermarsi a riflettere, e cioè interrompere quella sequela di notizie cantilenate che, nonostante tutto, ci rassicura almeno nella forma come una gradevole ninna-nanna. Oppure pensare ad un altro simbolo della 'orizzontalità' della nostra epoca: la progressiva estensione dei rifiuti urbani, la sterminata accumulazione di pattume che minaccia sempre più le nostre città in un assedio velenoso e asfissiante. L'oggettificazione 'selvaggia' delle nostre vite produce infatti una cronica indigestione di tutti quei prodotti 'usa e getta' che non sappiamo adeguatamente trasformare e riciclare in modo virtuoso, andando così ad occupare porzioni di mondo sempre più estese, in superficie come in profondità, fin dentro nella terra…

Ma lasciamo - apparentemente - questi scenari di sociologia post-atomica e restringiamo il campo sull'individuale e sul famigliare: l'idea stessa di una 'progettualità' insita nella propria esistenza deve fare i conti oggi con le inquietanti incertezze della vita moderna: adolescenze iper-protratte, mancanza di orizzonti rispetto al lavoro, concezione consumistica dell'esistenza (con Z. Baumann, parafrasando Cartesio diremmo: 'Consumo, dunque esisto'), crisi dell'identità soggettiva e crisi della famiglia e dei ruoli genitoriali… Ce n'è abbastanza, anzi anche troppo, per non rendersi conto nel frattempo della scomparsa di una categoria, quella dei padri, che già nei decenni precedenti era stata oggetto di un'accorata quanto disperata attenzione della cultura in genere, in verità a partire dalla nascita stessa della psicoanalisi, che com'è noto è sorta sulla 'scoperta-invenzione' del famigerato Complesso di Edipo.

Che la figura paterna abbia avuto un ruolo predominante nella vita dello stesso Freud è cosa nota, come anche il fatto che la ricerca analitica su se stesso sia iniziata subito dopo la morte del padre (avvenuta nel 1896: tre anni dopo Freud avrebbe avrebbe dato alle stampe L'interpretazione dei sogni, in cui larga parte è dedicata all'analisi di sogni relativi al rapporto con la figura paterna).

Ma questo episodio non è stato probabilmente che un'ulteriore spinta sull'urgenza di uno Zeitgeist, dello spirito dei tempi, che erano allora evidentemente maturi affinché certi aspetti e problematiche della dinamica dei rapporti umani fossero posti in luce e fatti oggetto di studio analitico. Come ci ricorda R. Girard, infatti, il Freud psicoanalista nasce insieme ai Fratelli Karamazov, l'opera dostoevskijana che più di ogni altra mette a nudo tali alterazioni intervenute nella modernità nel rapporto tra padri e figli. E Freud stesso scriverà un penetrante saggio sullo scrittore russo (in Dostoevskij e il parricidio, 1927), ricollegandosi alla evidente tematica edipica di altre opere celebri: “Non è certo un caso che tre capolavori della letteratura di tutti i tempi trattino lo stesso tema, il parricidio: alludiamo all’Edipo Re di Sofocle, all’Amleto di Shakespeare e ai Fratelli Karamazov di Dostoevskij. In tutte e tre le opere è messo a nudo anche il motivo del misfatto: la rivalità sessuale per il possesso della donna.”

Se tuttavia la declinazione freudiana insiste sul triangolo edipico in quanto fenomeno universale secondo lo schema classico del desiderio sessuale per la madre e della rivalità verso il padre (e quindi della angoscia di castrazione come secondaria alla colpa per il desiderio 'proibito'), è solo con Lacan che la figura paterna viene investita di tutto il suo intrinseco spessore simbolico, al punto di identificare l'Edipo come la metafora paterna per eccellenza. In particolare, le tendenze infantili che Freud vede all'opera in quanto espressione della naturale spinta evolutiva della vita psichica - l'attaccamento alla madre e l'ambivalenza verso il padre – rappresentano nell'economia freudiana due forze complementari ma in certa misura autonome e ben distinte: l'una avente come base la madre in quanto oggetto anaclitico, d'appoggio, l'altra presentando come elemento propulsivo il padre in quanto modello-rivale (che quindi sollecita nel bambino i processi di identificazione con la figura maschile)[1].

Riprendendo una nota tesi di Lacan in proposito, in Les Complexes familiaux dans la formation de l'individu (1938), viene sottolineato come nella nostra società sia intervenuta una vera e propria degradazione del fenomeno edipico e che sia stata in realtà proprio questa alterazione strutturale del complesso a favorirne oltre cento anni fa la scoperta: “Forse è a questa crisi - scrive Lacan - che bisogna ricondurre l'apparizione della psicoanalisi stessa. Non è forse solo per un caso fortuito e sublime che proprio a Vienna - allora centro di uno Stato che era il melting pot delle più diverse forme familiari, dalle più arcaiche alle più evolute - un rampollo del patriarcato ebraico è riuscito ad immaginare il complesso di Edipo…”.

Ma qual è questa degradazione cui sarebbe stato soggetto nell'ultimo secolo e mezzo l'Oedipuscomplex, tale da rendere necessaria la sua cura attraverso la psicoanalisi? Come ribadisce Lacan: “La nascita della nevrosi va collocata in una certa anomìa della famiglia, con il declino del patriarcato e la mancata capacità di regolazione sessuale da parte dell'Ideale dell'Io.”

Siamo dunque al punto: il declino del patriarcato, cioè della figura del padre tradizionalmente intesa come espressione di potere, autorità e baricentro della famiglia, e il conseguente offuscamento di una funzione paterna in termini di modello di identificazione, avrebbe determinato l'emergenza di una condizione di progressivo squilibrio nell'assetto famigliare sfociando nella patologizzazione delle relazioni tra i suoi membri. Ora, pur lasciandosi un debito margine critico rispetto alla apparente semplice linearità della tesi lacaniana nella nostra epoca della complessità, abituata a una causalistica multidimensionale e plurideterminata, sembra ormai condiviso dalla opinione generale il fatto, peraltro storicamente evidente, per cui una progressiva esautorazione del riferimento paterno e una certa conseguente trasformazione dei rapporti all'interno della cellula famigliare abbiano sempre più influito sulle dinamiche interne della famiglia occidentale nell'ultimo secolo ponendone in luce numerosi aspetti problematici, che spesso oggi vediamo riflessi nelle manifestazioni più attuali del disagio psicologico soprattutto delle generazioni più giovani.

Ma, come fa Lacan, occorre vedere in modo più approfondito questa crisi della paternità e operare una distinzione preliminare a proposito della figura di padre. Ciò che qui è fondamentale è la funzione paterna, cioè il 'ruolo' più o meno adeguato svolto da quello specifico padre all'interno di un preciso e insostituibile spazio di significazione, e non la persona in quanto tale.

Come sottolinea anche Joel Dor, la nozione di padre che interviene nel campo concettuale della psicoanalisi riveste il ruolo di 'operatore simbolico a-storico': "…Per poco che lo vogliamo considerare come un essere, si tratta meno di un essere in carne e ossa che di un’entità essenzialmente simbolica che prescrive una funzione."[2]


Prima di affrontare però l'argomento centrale della 'funzione paterna' e delineare, seppure sommariamente, la prospettiva lacaniana che è tutta centrata di fatto sulla 'Legge del Nome-del-Padre' in quanto strutturante – attraverso l'esperienza edipica – la dimensione interna, la 'soggettivazione' del bambino e la dinamica identitaria, può essere interessante introdurre a questo punto una osservazione 'naturalistica' su quanto accade nel primissimo periodo di vita del bambino a proposito di quello schema comportamentale genitoriale noto col termine di 'couvade' (francesismo traducibile con 'cova' o 'covata'), inizialmente oggetto di interesse antropologico e studiato in una prospettiva psicoanalitica anche da Theodor Reik (1949). In sostanza, il concetto di couvade è riferito all'acquisizione della funzione genitoriale nell'uomo che è più complesso e diverso da quello della donna, quest'ultimo più direttamente regolato su elementi psicobiologici innati. Nella couvade il padre si confronterebbe, oltre che con il nuovo consapevole compito genitoriale di protezione e supporto della coppia madre-bambino, anche con intensi sentimenti di ostilità, invidia e rivalità rivolti a quest'ultimo in conseguenza della deviazione della libido materna verso il bambino stesso, ma ciò che è centrale in questa dinamica comportamentale di coppia è rilevare come avvengano in sequenza ritiro e investimento libidico da madre a padre e come questo dinamismo consenta infine al bambino di dirigersi sulla figura paterna, sulla base del rinnovato desiderio sessuale della madre verso il padre: “…Durante il processo di gestazione, la relazione madre-figlio s'intensifica notevolmente con l'esclusione del padre e giunge al suo apogeo dopo il parto. Nei primi 40 giorni di vita extra-uterina la relazione oggettuale si limita strettamente alla madre e questa a sua volta mantiene una relazione esclusiva col bambino. Terminando il puerperio si produce una drammatica rottura di questa relazione esclusiva, manifesta p. es. nella diminuzione della suzione. Questa crisi acuta provoca in essi un processo depressivo che non dura più di 2-3 giorni. In questa situazione la donna, in conseguenza della deviazione della parte libidica che ha ritirato dal figlio, torna a sentire desideri sessuali per il padre. A sua volta il bambino inizia la sua relazione con il padre, avendo ritirato la sua parte libidica equivalente dalla madre. Così, con la ripresa dell'attività sessuale dei genitori, la situazione – fino allora diadica – si converte in triangolare. L'ingresso del padre nella sfera affettiva del figlio compensa la perdita sofferta per la separazione dalla madre. Comincia allora il complesso di Edipo al livello orale.”[3]

Questa 'osservazione sul campo' ci consente così di tornare alla visione lacaniana sulla base di un comportamento reale, accrescendo la credibilità della sua metafora centrale riguardante il ruolo del 'desiderio' materno nei confronti dell'instaurazione della figura paterna nell'orizzonte, fino ad allora solo 'duale', del figlio e in pratica, come vedremo, l'accesso del bambino alla legge del Nome-del Padre ed alla dimensione edipica.

Qual è dunque la 'funzione' che il padre è tenuto a svolgere nell'economia psichica del figlio, ancora immerso nella fusionalità del rapporto a due col materno, in una dimensione che, come si diceva, si sviluppa in una 'orizzontalità' che non gli consente il passaggio verticale a nuove forme di pensiero, poiché esso è legato alla mera presenza-assenza[4] della madre?

La funzione paterna consiste essenzialmente nella introduzione dell'ordine simbolico nel rapporto diadico-immaginario madre-bambino, nell'introduzione cioè di quel 'terzo' elemento che produce una compresenza ricca di conseguenze evolutive nel rapporto duale che diventa così triadico, acquisisce profondità e spessore. Le suggestioni di tale trasformazione possono richiamarci l'idea che il rapporto con l'altro si 'temporalizzi', poiché l'effetto del Terzo può essere paragonato alla trasformazione del piano fisico spaziale a due dimensioni in quello tridimensionale in cui una delle coordinate è data dal tempo. Per Lacan il Padre interviene con la sua Legge per conferire un nuovo ordine al vissuto del bambino e al contempo traendolo fuori da quella dimensione dell'Immaginario in cui è fino allora cresciuto insieme alla madre[5].

Questa legge paterna, che Lacan definisce con l'espressione Nome-del-Padre, costituisce il sottofondo normativo che permette di agganciare il desiderio circolante nel rapporto madre-bambino con quello che permea la relazione padre-madre. È cioè la principale modalità di strutturare il desiderio del bambino rispetto all'altro-da-sé (di cui il padre rappresenta il prototipo) sulla base di meccanismi di identificazione ed imitazione ('mimetici', secondo Girard), che attraversano la problematica della sessuazione. In tal senso, il Nome del Padre è la funzione che apre e struttura il complesso edipico e gli consente, attraverso le vicissitudini del nuovo rapporto triangolare (bambino-madre-padre), di dispiegarsi e ricomporsi nel vissuto del bambino, fino a giungere al superamento della posizione diadica-fusionale: “Non c’è la questione dell’Edipo se non c’è il padre e, inversamente, parlare di Edipo vuol dire introdurre come essenziale la funzione del padre.”[6] Ma il padre è da intendersi qui come 'funzione paterna', quindi come 'significante', 'qualcosa', cioè, che sta 'al posto di qualcos'altro': “Il padre – precisa Lacan – non è un oggetto reale […] Ora, se non è un oggetto reale, che cos’è? […] Il padre è una metafora.”[7]

A questo punto, per poter seguitare nel discorso lacaniano, occorre fare un passo indietro nel tracciato freudiano e riprendere i concetti di 'fallo' (in quanto distinto da 'pene') e di 'castrazione', intorno ai quali Freud ha costruito tutta la vicenda edipica. Già nella sua visione il 'fallo', l'oggetto fallico, è l'elemento che denota lo statuto speciale del padre, cioè il suo carattere 'terzo' rispetto al rapporto materno; oggetto che – pur originando dalla realtà anatomica del pene – acquista una significazione simbolica che oltrepassa il semplice schematismo 'averlo/non averlo' (in questo secondo caso esserne privi, cioè 'castrati', come i bambini di entrambi i sessi in età edipica vivono la condizione della sua assenza nelle femmine). In un lavoro del 1923 sull'argomento[8], Freud specifica infatti: “Il carattere principale di questa organizzazione genitale infantile è la sua differenza rispetto all’organizzazione genitale definitiva degli adulti. La diversità risiede nel fatto che per entrambi i sessi entra in giuoco soltanto un genitale, quello maschile. Non siamo dunque in presenza di un primato dei genitali, bensì di un primato del fallo.”

È dunque intorno a questa 'mancanza', ad una deprivazione, che l'oggetto fallico acquisisce il suo statuto di elemento che segna la differenza tra i sessi sulla base della dicotomia presenza/assenza, dicotomia che viene temporaneamente superata dal bambino con il ricorso al registro immaginario e con le rappresentazioni soggettive relative ad un tale vissuto. Ma la natura 'metaforica' dell'oggetto fallico, il suo essere il 'significante' centrale all'interno della triangolazione edipica, gli consente di accogliere la sollecitazione proveniente dal 'terzo', dal padre, che si approssima alla coppia simbiotica in quanto portatore dell'istanza normativa, di quel Nome-del-Padre che appunto colloca ora su un piano simbolico, universale e collettivamente condiviso, la dinamica del desiderio infantile e ne articola gli sviluppi in termini sanzionatori: proibire l'incesto pena la castrazione.


Lacan espande poi lo schema edipico freudiano includendo la legge del 'desiderio' e declinandolo attraverso gli attori edipici: il desiderio del bambino incontra il desiderio della madre, che a sua volta corrisponde al desiderio del padre nei suoi confronti. Questa circolarità dell'istanza desiderante è ciò che secondo Lacan struttura il complesso edipico e ne permette lo scorrimento fino alla sua risoluzione, centrata intorno alle metafore dell'oggetto fallico prima e del Nome-del-Padre poi. In particolare secondo Lacan, la scoperta a un certo punto del bambino che il desiderio della madre orbiti intorno all'oggetto fallico posseduto dal padre, e che quindi non sia egli stesso l'oggetto del desiderio materno, ha un enorme conseguenza nel promuovere lo sviluppo del rapporto madre-figlio orientandolo all'incontro con l'asse paterno. Alla dialettica “dell'essere” si sostituisce così quella “dell'avere” (l'oggetto fallico), che inaugura i processi di identificazione del bambino con la figura paterna sulla base del riconoscimento della sua superiorità virile e quindi della sua rinuncia alla fantasia di essere l'oggetto di desiderio della madre. In pratica, è come se il bambino compisse una vera e propria operazione 'di realtà' rinunciando all'illusione di poter corrispondere al desiderio materno e accogliendo invece nel suo orizzonte di pensiero il concetto di una temporalità ancora di là da venire in cui potrà essere come il padre, cioè il possessore dell'oggetto del desiderio materno[9].

Ma – osserva Lacan, mostrando una acuta comprensione delle vicissitudini della realizzazione cui va incontro la metafora paterna, soprattutto grazie alla sua conoscenza dei meccanismi profondi della psicosi – il Nome del Padre non ha alcuna possibilità di inserirsi e trasformare il rapporto diadico madre-figlio se non è la madre stessa a riconoscere l'autorità del ruolo paterno e della sua legge: “…Il padre si afferma nella sua presenza privatrice in quanto è colui che supporta la legge e questo non si fa più in modo velato ma in modo mediato dalla madre, che è quella che lo pone come colui che fa la legge”[10]. In altri termini, è solo attraverso la mediazione materna che la parola del padre può crearsi un varco nella diade primaria acquisendo una connotazione simbolica e normativa, così che il bambino è portato a confrontarsi con essa all'interno della cornice edipica. Il riconoscimento della funzione paterna da parte della madre - cioè la considerazione che lei ha e mostra dell'importanza della figura del padre e il fatto che gli si riconosca il suo specifico ruolo – è infatti il prerequisito necessario affinché il Nome-del-Padre si inscriva nell'orizzonte normativo del bambino, pena il rischio di un mancato aggancio di questi con la dimensione simbolica (la Legge paterna) e il suo permanere in una condizione di dipendenza concreta dall'oggetto materno in un rapporto fusionale.

Il richiamo alla legge paterna in quanto funzione simbolica instaura inoltre l'importante distinzione in questo contesto tra 'padre reale' e 'padre simbolico'; il padre reale qui è semplicemente il 'rappresentante' della legge o, se si preferisce, il portatore della metafora paterna, colui cioè che incarna nella realtà del rapporto interpersonale il ruolo che spetta al paterno in quanto luogo simbolico. Come ribadisce Lacan: “Non si tratta tanto dei rapporti personali tra il padre e la madre […] quanto di un momento che deve essere vissuto come tale e che concerne il rapporto della madre con la parola del padre”[11].

A partire dai primi anni '70 questa visione della paternità simbolica incardinata nelle vicissitudini del rapporto tra madre e funzione paterna si amplia in Lacan in un discorso sul sociale e sui cambiamenti intervenuti nelle società moderne, che hanno portato ad una 'degenerazione catastrofica' del legame sociale costruito intorno al significante Nome-del-Padre, che diviene così un elemento 'fuorcluso (Verworfen) nel sociale', ossia non rimosso né represso bensì mancante della sua stessa iscrizione nella dimensione collettiva: certo non nel soggetto, il quale tuttavia non può più viverlo in modo simbolicamente adeguato e pieno, ma solo alla stregua di un significante svuotato di senso, di un discorso non completamente traducibile né assimilabile.

Questa 'provocazione' dell'ultima teoresi lacaniana che accosta un concetto, la fuorclusione appunto, solitamente utilizzato nel campo della psicosi, alla figura del padre e al progressivo declino della sua funzione normativa nella società odierna – ma non solo, anche di quella morale ed etica che su di essa sono fondate – sembra essere solo in parte eccessiva e 'd'effetto'. La crisi del ruolo genitoriale, e di quello di padre in particolare, è infatti oggi un concetto già ampiamente sperimentato, vissuto e acquisito dalle ultime generazioni al punto che sono diventati ormai luoghi comuni i discorsi sulle 'assenze' dei padri e quelli sulle 'supplenze' delle madri, ma in realtà il contesto è ben più ampio dello scenario famigliare e investe i grandi cambiamenti cui è andata incontro nel complesso la nostra società soprattutto negli ultimi decenni.

Che oggi la perdita di autorità della figura paterna sia in genere dovuta alle trasformazioni della famiglia patriarcale e ad una conseguente diversa distribuzione del 'potere' tra i membri della nuova famiglia moderna (spesso inoltre non più rappresentata da entrambi i genitori o con avvicendamenti successivi nel ruolo paterno nelle coppie separate), oppure alla sua sistematica messa in discussione dopo gli anni '60-'70 da parte di una nuova cultura giovanile che ha spesso percepito nella generazione dei padri l'espressione di un sistema sociale retrivo, un ostacolo da rimuovere nel cammino verso una maggiore libertà di espressione individuale e collettiva, il risultato di questa disaffezione alla voce dei padri è stato anche quello, sicuramente meno positivo, di una perdita nel micro e macro-sociale di quelle figure naturalmente incaricate nel porre-il-limite e del conseguente smarrimento di fronte alla possibilità illusoria di un godimento illimitato e infinito.

La funzione della proibizione paterna attraverso lo scenario edipico è simbolicamente diretta sul duplice piano della regolazione del desiderio (divieto dell'incesto) e del riconoscimento della propria separatezza in quanto individuo, per cui la funzione paterna e la Legge-del-Padre hanno sempre rappresentato quell'elemento indispensabile affinché il soggetto potesse appropriarsi del suo stesso desiderio rivolto all'altro-da-sé, superando la stasi della condizione fusionale nel 'paradiso' materno (che ovviamente prevede però anche un suo 'inferno', quando la fusionalità è vissuta come unico orizzonte esistenziale).

Accettarne oggi semplicemente la loro obsolescenza equivale a mettere definitivamente in crisi il modello 'naturale' in cui si è per millenni attuata la trasmissione di fondamentali aspetti inter-generazionali, che altrimenti non avrebbero altri 'contenitori' – altri 'significanti' – per svolgere le medesime funzioni evolutive per ciascun nuovo individuo.

La supremazia della visione tecnologica nello stile di vita moderno e l'ideologia consumistica contribuiscono inoltre ad accentuare la distanza dal modello paterno centrato sulla progressiva accettazione del limite e quindi sul superamento della posizione onnipotente tipica della mente infantile. Il 'mercato' crea in continuazione nuovi falsi bisogni, instillando nelle giovani generazioni l'aderenza ad un meccanismo compulsivo che si placa solo temporaneamente con il possesso (l'acquisto) dell'oggetto del desiderio (peraltro indotto). Nuovi prodotti ricreano infatti in brevissimo tempo il meccanismo di desiderio sotto la spinta di un senso di vuoto interiore e dell'adeguamento conformistico e quindi il rinnovato bisogno dell'acquisto, e così via… Ciò che la funzione paterna dove assicurare, cioè la regolazione del desiderio, viene dunque ulteriormente intaccata dalla urgenza nel raggiungimento della apparente soddisfazione (in realtà solo una momentanea 'saturazione'), che non tollera dilazione alcuna, pena una condizione interiore di sofferenza esistenziale e vacuità che si declina attraverso tutta una gamma di manifestazioni di disagio soggettivo, tipiche delle nostre società 'avanzate' (basti pensare all'aumento esponenziale delle svariate forme di patologie centrate sul corporeo, quali dipendenza e tossicomania, i vissuti anoressico-bulimici e gli attacchi di panico, esperienze accomunate dall'impossibilità di vivere e tollerare l'urgenza del temuto momento critico in cui ci si sente soli e indifesi nell'affrontare una sensazione di incombente, oscura minaccia al proprio equilibrio fisico e mentale).

Se dunque non è più la voce del Padre a poter essere udita nella odierna nebbia delle incertezze esistenziali, della 'perdita dei valori' (il fatto che si senta ormai ripetere questa espressione come un mantra per spiegare tutto quanto di disfunzionale e di negativo osserviamo intorno a noi non ne scalfisce la realtà oggi operante e fin troppo evidente), della fine delle ideologie e delle Verità rivelate o costruite ex novo e di un unico, eterno presente contrapposto ad una temporalità dotata di un senso di marcia, viene drammaticamente a mancare quella istanza 'Altra' fino a ieri in grado di mettere in moto quelle trasformazioni interiori necessarie al raggiungimento di un assetto psichico adeguato per 'orientarsi' nel mondo (interno ed esterno).

Occorre forse allora cercare la possibilità di individuare oggi una nuova idea di paternità, che possa sempre conciliare l'istanza della Legge e del limite con le energie vitali del desiderio, senza il gravame di una concezione patriarcale e autoritaristica ma riconoscendo al padre la sua propria funzione (che non può essere assente o ridotta, come a volte accade, a quella dell'amico-confidente-compagno di giochi). Se il padre è una 'metafora', come si diceva, occorre rendere di nuovo questa metafora viva e operante oggi, restituendogli un suo specifico, fondamentale potere simbolico, pur nelle trasformazioni e nei profondi cambiamenti intervenuti nel sociale. Del resto, una tale trasformazione della paternità appare oggi necessaria oltre che inevitabile, affinché si possa continuare a parlare di società civili e responsabili che si prendono cura dei loro figli e dell'ambiente in cui essi vivranno.

F. M.

Note.

  1. A proposito di processi di identificazione e di rivalità 'mimetica', non possiamo non ricordare qui la posizione di René Girard al riguardo, per cui le due forze supposte da Freud si fonderebbero in un unico movimento: è l'imitazione paterna a generare il desiderio d'oggetto, cioè la volontà del figlio di sostituire il padre alimenterebbe l'identificazione con il modello e il desiderio verso la madre. Per Girard in sostanza non esiste una libido originariamente fissata sulla madre: essa è solo la conseguenza dell'imitazione del padre e dell'identificazione col desiderio di questi rivolto alla madre (si veda in proposito il volume di R.Girard: 'Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo', Ed.Adelphi, cap.IV - Mitologia psicoanalitica).
  2. Joel Dor, Le père et sa fonction en psychanalyse, Ed. Point Hors 1989
  3. Arnaldo Raskovsky, Il figlicidio, Astrolabio 1974
  4. In realtà, il famoso episodio del 'fort-da del rocchetto' descritto da Freud costituisce già un primo, fondamentale movimento di emancipazione del bambino dalla madre in base all'insorgenza di un processo proto-simbolico che spiana la via alla possibilità di contenere l'angoscia di perdita oggettuale attraverso la creazione simbolica.
  5. Solo un accenno alla distinzione lacaniana tra Immaginario e Simbolico: essi sono - insieme al Reale, incomprensibile e sempre mutevole - i diversi registri della esperienza psichica umana, che si declina in base al rapporto con l'alterità costitutiva del soggetto. Se l'Immaginario è il luogo in cui convergono le creazioni e le fantasie soggettive e collettive, il Simbolico è il luogo dell'Altro e della sua Legge, dove cioè sul soggetto agiscono in modo normativo i 'significanti'.
  6. J. Lacan - Il seminario, libro V - Le formazioni dell’inconscio, a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi 2004.
  7. Ibidem, p.176
  8. L'organizzazione genitale infantile, in Opere S.Freud, vol IX, Boringhieri 2000.
  9. Allo stesso modo, nella fase edipica la bambina si sottrae dall'essere l'oggetto del desiderio della madre per accostarsi alla legge paterna, ma in tal caso sulla base del 'non avere' (il fallo), ciò che determina la sua identificazione con la figura materna e quindi l'orientazione del suo desiderio verso l'oggetto fallico posseduto dal padre.
  10. J.Lacan, Il seminario, libro V - Le formazioni dell’inconscio, a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi 2004.
  11. Ibid., pp. 192-193

 


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1. A proposito di processi di identificazione e di rivalità 'mimetica', non possiamo non ricordare qui la posizione di René Girard al riguardo, per cui le due forze supposte da Freud si fonderebbero in un unico movimento: è l'imitazione paterna a generare il desiderio d'oggetto, cioè la volontà del figlio di sostituire il padre alimenterebbe l'identificazione con il modello e il desiderio verso la madre. Per Girard in sostanza non esiste una libido originariamente fissata sulla madre: essa è solo la conseguenza dell'imitazione del padre e dell'identificazione col desiderio di questi rivolto alla madre (si veda in proposito il volume di R.Girard: 'Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo', Ed.Adelphi, cap.IV - Mitologia psicoanalitica).
2. Joel Dor, Le père et sa fonction en psychanalyse, Ed. Point Hors 1989
3. Arnaldo Raskovsky, Il figlicidio, Astrolabio 1974
4. In realtà, il famoso episodio del 'fort-da del rocchetto' descritto da Freud costituisce già un primo, fondamentale movimento di emancipazione del bambino dalla madre in base all'insorgenza di un processo proto-simbolico che spiana la via alla possibilità di contenere l'angoscia di perdita oggettuale attraverso la creazione simbolica.
5. Solo un accenno alla distinzione lacaniana tra Immaginario e Simbolico: essi sono - insieme al Reale, incomprensibile e sempre mutevole - i diversi registri della esperienza psichica umana, che si declina in base al rapporto con l'alterità costitutiva del soggetto. Se l'Immaginario è il luogo in cui convergono le creazioni e le fantasie soggettive e collettive, il Simbolico è il luogo dell'Altro e della sua Legge, dove cioè sul soggetto agiscono in modo normativo i 'significanti'.
6. J. Lacan - Il seminario, libro V - Le formazioni dell’inconscio, a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi 2004.
7. J. Lacan - Il seminario, libro V - Le formazioni dell’inconscio, p. 176.
8. L'organizzazione genitale infantile, in Opere S.Freud, vol IX, Boringhieri 2000.
9. Allo stesso modo, nella fase edipica la bambina si sottrae dall'essere l'oggetto del desiderio della madre per accostarsi alla legge paterna, ma in tal caso sulla base del 'non avere' (il fallo), ciò che determina la sua identificazione con la figura materna e quindi l'orientazione del suo desiderio verso l'oggetto fallico posseduto dal padre.
10. J.Lacan, Il seminario, libro V - Le formazioni dell’inconscio, a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi 2004.
11. J.Lacan, Il seminario, libro V - Le formazioni dell’inconscio, pp. 192-193.